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VIA DALLA SETA, ITALIA NON RINNOVA ACCORDO CON LA CINA

VIA DALLA SETA, ITALIA NON RINNOVA ACCORDO CON LA CINA

ROMA-ITALIA  L’Italia ha comunicato alla Cina la volontà di recedere dalla Nuova via della Seta, l’iniziativa strategica della Cina per il miglioramento dei suoi collegamenti commerciali con i paesi dell’Eurasia. Il governo Meloni ha inviato a Pechino la nota di disdetta dell’accordo firmato nel 2019 dal primo governo Conte, che prevedeva investimenti in infrastrutture, energia, telecomunicazioni e altri settori.

Secondo il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, "non era vantaggioso per noi in prospettiva perché Germania e Francia hanno avuto un fatturato superiore al nostro. Adesso vediamo come rafforzare il rapporto con la Cina ma già stiamo lavorando tanto con loro, c'è un partenariato strategico". La Nuova via della Seta (in inglese Belt and Road Initiative o BRI) è un progetto lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, con l’obiettivo di creare una rete di infrastrutture di trasporto e logistica che collegasse la Cina all’Asia centrale, all’Asia meridionale, all’Europa e all’Africa.

Il progetto comprende sei grandi corridoi terrestri e una via marittima che costeggia le coste asiatiche fino al Mediterraneo. La Cina ha messo a disposizione un fondo di 1000 miliardi di dollari per finanziare i progetti, coinvolgendo oltre 150 paesi in tutto il mondo. Tra questi, l’Italia era l’unico membro del G7 ad aver aderito alla BRI, firmando un memorandum nel marzo 2019. Al tempo, l’adesione dell’Italia alla Nuova via della Seta aveva suscitato critiche e perplessità, sia a livello interno che internazionale.

Tra le principali motivazioni che hanno spinto il governo Meloni a ritirarsi dall’accordo, ci sono la salvaguardia della sovranità nazionale e degli interessi strategici dell’Italia, che secondo il nuovo esecutivo potrebbero essere minacciati da una eccessiva dipendenza economica e politica dalla Cina, considerata una potenza rivale dagli alleati occidentali, la tutela della sicurezza nazionale e della privacy dei cittadini, che potrebbero essere compromesse dall’uso di tecnologie cinesi, in particolare nel settore delle telecomunicazioni e del 5G, dove la Cina è leader mondiale con aziende in passato accusate di praticare spionaggio e sabotaggio informatico. Ma ha inciso molto anche la difesa degli interessi economici e commerciali dell’Italia, che potrebbero essere danneggiati da una concorrenza sleale e da una invasione di prodotti cinesi a basso costo e di scarsa qualità, che mettono a rischio le imprese e i lavoratori italiani, soprattutto nei settori dell’agroalimentare, della moda, del turismo e della cultura.

Fondamentali anche i motivi geopolitici, ovvero la coerenza con la politica estera e la solidarietà con i partner europei e atlantici. L’uscita dell’Italia dalla Nuova via della Seta, assicura il governo, non significa la fine delle relazioni economiche e diplomatiche con la Cina.