Jue. 28. Ene 2021, Santa Fe - Argentina
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AL SUD SANITA’ IN ZONA ROSSA PRIMA DEL COVID

AL SUD SANITA’ IN ZONA ROSSA PRIMA DEL COVID

ROMA-ITALIA  “… se la storia recente ha profondamente cambiato i termini economici e tecnici della questione meridionale, la sua essenza resta quella indicata dai grandi meridionalisti del passato: quella, cioè, di una grande questione etico-politica, che investe le stesse fondamenta morale della società nazionale e dello Stato unitario”.

Presentando il rapporto 2020 il direttore della Svimez Luca Bianchi cita le parole con cui cui Pasquale Saraceno apriva la sua introduzione al Rapporto 1989 sull’economia del Mezzogiorno dell’Associazione per lo Sviluppo dell'Industria nel Mezzogiorno. “La prima ondata della pandemia ha avuto per epicentro il Nord. La crisi economica si è però presto estesa al Mezzogiorno – sottolinea Bianchi - dove con più drammaticità si è tradotta in emergenza sociale incrociando un tessuto produttivo più debole, un mondo del lavoro più frammentario e una società più fragile”.

Secondo la Svimez il Pil del Mezzogiorno risulterebbe a fine 2020 al di sotto del suo picco minimo del 2014 e inferiore di 15 punti percentuali rispetto al 2007 (il Centro-Nord di circa 7). Il Sud subisce un impatto più forte in termini di occupazione: nei primi tre trimestri 2020 la riduzione è pari al 4,5% (il triplo rispetto al Centro-Nord). La Svimez stima una perdita di circa 280 mila posti di lavoro al Sud, rispetto al 2007 il Sud ha perso oltre mezzo milione di posti di lavoro. Insieme ai giovani a pagare sono soprattutto le donne. L’occupazione femminile, già ai minimi europei, si è ridotta in Italia nei primi sei mesi del 2020 di quasi mezzo milione di unità.

Contrariamente alla precedente crisi (prevalentemente “industriale”), gli effetti occupazionali del lockdown si sono scaricati proprio sulla componente femminile, occupata nei servizi con contratti precari. “Il divario nei servizi è dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura” sottolinea inoltre Bianchi, spiegando che la sanità del Mezzogiorno era Zona Rossa già prima dell’arrivo della pandemia. La consapevolezza emersa a marzo 2020 richiamata da politici e osservatori – “se il focolaio fosse avvenuto invece che in Veneto e Lombardia, in una regione del Mezzogiorno sarebbe stato un disastro di proporzioni assai maggiori” – si è tradotta a ottobre nell’esigenza di maggiori restrizioni (zone arancioni o rosse) anche nelle regioni del Sud caratterizzate da tassi di contagio minori di quelli di altre regioni.

“Un divario di offerta di servizi sanitari essenziali figlio di un mix drammatico di inefficienze e distorsioni nel suo governo e di un progressivo ampliamento nelle dotazioni di personale e infrastrutture a sfavore delle regioni meridionali, soprattutto di quelle interessate dai Piani di Rientro” spiega il rapporto della Svimez. “Per comprendere meglio cosa si nasconda dietro queste differenze nei punteggi Lea in termini di impatto concreto sulle opportunità di cura dei cittadini, è utile guardare ad alcuni indicatori sull’accesso a particolari servizi sanitari – afferma il direttore della Svimez - Drammatico è, ad esempio, lo squilibrio tra regioni italiane nelle attività di prevenzione. Nel caso dei programmi di screening per alcune patologie oncologiche, nel 2017, la regione con lo score peggiore, pari a 2, è stata la Calabria, mentre Liguria, Veneto, Provincia Autonoma di Trento e Valle d’Aosta sono le regioni con il punteggio più alto, pari a 15”. La Svimez prevede una ripresa nel 2021 segnata dal riaprirsi di un forte differenziale Nord/Sud: 4,7% contro 1,6%. L’economia meridionale è caratterizzata da un’elasticità del valore aggiunto alla domanda che, nelle fasi ascendenti del ciclo, è sistematicamente inferiore a quella delle regioni centrosettentrionali. Il dato previsivo incorpora gli effetti della Legge di Bilancio per il 2021 il cui impatto la Svimez ha scomposto a livello territoriale: nel 2021 +0,4% al Sud e +0,2% nel Centro-Nord; nel 2022 + 1,1% al Sud contro il +0,3% nel Centro-Nord”.

In merito al Recovery Fund, Bianchi sottolinea che “la sfida corrente è quella di portare a sistema il rilancio degli investimenti pubblici e privati che si prevede di sostenere con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con una politica ordinaria che troppo a lungo si è disimpegnata dal suo compito di perseguire l’obiettivo del riequilibrio territoriale, e con una politica di coesione europea e nazionale che nel nuovo ciclo di programmazione molto dovrà apprendere dai suoi limiti, a partire dai primi segnali di discontinuità registrati in corso d’anno e dalle indicazioni strategiche contenute nel Piano Sud 2030.

Solo da una ‘visione’ d’insieme di questo tipo, centrata sulle due questioni dell’interdipendenza tra territori e della connotazione ‘nazionale’ che ormai ha assunto la coesione territoriale nel nostro Paese, potrà seguire un’effettiva valorizzazione del contributo alla ripartenza del potenziale presente nelle regioni del Sud e degli altri territori in ritardo di sviluppo dove più forti sono i ritardi nella dotazione di infrastrutture e nell’offerta di servizi da colmare; solo così, la crescita nazionale potrà andare di pari passo con l’equità sociale e territoriale”.

Per la Svimez le due macro priorità sono il riequilibrio dei diritti di cittadinanza/Fondo di perequazione e il disegno unitario di politica industriale per valorizzare la prospettiva green e la strategia Euro-mediterranea. Secondo l’associazione, che ha elaborato una simulazione sull’utilizzo delle risorse del Recovery Fund, “concentrare gli investimenti al Sud è la ricetta vincente per una maggiore coesione e una più robusta crescita del Paese”. In chiusura del suo intervento Bianchi ritorna alle parole di Pasquale Saraceno, quando nel 1991 esprimeva la sua preoccupazione per “ l’appassire del sentimento dell’unità nazionale”, per il “diffondersi, in luogo di quel sentimento, di un rumoroso populismo dialettale che reclama, in nome di interessi e culture locali, la liquidazione fallimentare della nostra storia unitaria”. “Un monito inascoltato – sostiene il direttore dello Svimez - che ha indebolito il nostro Paese negli ultimi decenni e che forse, solo ora, per la drammaticità del momento può essere richiamato e messo in discussione”.